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Monte Summano:
Il Monte Summano (Vi), altura prealpina la cui altezza raggiunge i 1296 metri, si mostra come un monte a due vette, isolato nell’area dell’alto vicentino. La fama e la notorietà di questo colosso verdeggiante risiedono nelle scoperte archeologiche effettuate sul suo suolo e nei dintorni, insieme ad alcune leggende e racconti locali circa le sopravvivenze pagane che si praticherebbero tutt’oggi nella zona circostante.
Monti e montagne
sabato 4 maggio 2013
Rubata la statua della Madonna al suo posto un nano da giardino
articolo completo al seguente link:
Rubata la statua della Madonna al suo posto un nano da giardino - Corriere del Veneto:
Sparisce dalla cima della montagna la statua della Madonna e al suo posto appare l’immagine in gesso dell«ottavo nano Piriolo», con tanto di abito rosso e barba bianca
Rubata la statua della Madonna al suo posto un nano da giardino - Corriere del Veneto:
Sparisce dalla cima della montagna la statua della Madonna e al suo posto appare l’immagine in gesso dell«ottavo nano Piriolo», con tanto di abito rosso e barba bianca
E’ IL MONTE SUMMANO CIMA DELL’ALTO VICENTINO IL MONTE SACRO AGLI DEI
Un’oasi montana di sacralità, un centro di ritrovo collettivo per le
genti della Padania in epoca romana, tutto questo e altre cose fanno
parte della leggenda del Monte Summano, ormai diventato un simbolo per
la provincia vicentina. Si aggiunga al tutto il giallo storico
dell’esistenza del tempio pagano e dell’idolo d’oro dalla testa di capro
e il successo popolare nel tempo è sicuro. L’unico cruccio degli
studiosi sono le famose prove certe, ma se ci si mette di mezzo
l’archeologia…
di ALVARO BONOLLO
Familiare piramide, il Monte Summano si erge isolato nella piana alto
vicentina: si alza pigramente al cielo sdoppiandosi in due gobbe. Lo
anima la notte e le sue folgori, le piogge ne alimentano la rara,
variegata vegetazione, il sole non trova ostacoli e lo riscalda di
petto. Come evitare un pizzico di poesia su questa montagna che ha
affascinato gli uomini e gli storici per millenni ed ha scritto una
immensa pagina sulla religiosità pagana e cristiana. Il Summano è stato
investito, a ragione, od a torto, da uno stratificarsi di culti
dedicati vuoi alle divinità indigene, come la dea Reithia, notizia
supportata dalle abbondanti prove archeologiche del vicino Monte di
Magre, da culti orientali od etruschi (il dio Summano dovrebbe essere di
origine etrusca), da culti preromani e romani. Le varie sovrapposizioni
portarono ad un “imbrogliato groviglio” religioso, come spiega lo
storico Mantese. “Troppo forzato e difficile l’inserimento od
agganciamento di una tradizione cristiana nella precedente tradizione
pagana; la veneta Reithia svolse così, in epoca romana il ruolo di
Diana, mentre il dio etrusco, Summano, dovette assumere le forme di
Giove o di Plutone”.
Generazioni e generazioni di storici, di studiosi e di letterati
hanno fantasticato su questa strana cima a due gobbe posta sulle
Prealpi, in prossimità di Schio, che sembra un vulcano, ma che non lo è
mai stato, e che si offre alla piana alto vicentina come ultimo
contrafforte che separa le due importantissime vallate dell’Astice e del
Leogra e si pone proprio in mezzo ad esse.
“Da sempre” gira una circostanziata leggenda che narra come lassù,
nella gobba più alta, a 1299 metri di altezza fosse sorto un grandissimo
tempio pagano, visibile fino a Vicenza ed oltre. Non solo: dove ora c’è
la croce, si stagliava un enorme capro dalle coma d’oro massiccio e
dalla forma idolatra. Era metà capro e metà uomo. Il tempio era dedicato
a Plutone, summus manium, mentre altri, invece, parlano di un tempio a
Giove Sommo, Juppiter Summanus.
Secondo gli studiosi Kozlovic e De Ruitz, “il dio Summano era una
divinità autonoma, infernale, dio della folgore notturna, mentre a Giove
erano attribuiti i fulmini diurni. Il dio Summano, divinità resa ancor
più affascinante dalle parentele con la religiosità etrusca, sarebbe
una potenza fosca e vorace a cui venivano sacrificati montoni neri, a
cui si offrivano doni e sacrifìci. Ogni due mesi, in suo onore, venivano
celebrate le grandi feste dette Summanalia (Ovidio).
La leggenda, od una certa mitologia cristiano-popolare, vuole che il
grande capro dalle coma d’oro posto di fronte al tempio sia stato
derubato dalle truppe se non da Carlo Magno in persona, (“si impossessò
dell’idolo d’oro per adornare la sua reggia”, scrisse il Giongo) nella
sua campagna bellico-restauratrice.
Altra “storiografìa” imputa la distruzione dell’idolo e del tempio
all’opera evangelizzatrice di San Prosdocimo, nel 77 dopo Cristo. Scrive
Francesco Rande nel 1958:” San Prosdocimo, nobile giovane d’Antiochia,
seguito da proseliti cristiani, ascese il Summano, diroccò il tempio, ne
stritolò il simulacro di Plutone, atterrò l’abitato contiguo e fece nel
mezzo di una e dell’altra cima un nuovo tempio in onore della Regina
dei Cicli della nostra salute”. Ma anche il Rando si affidava quasi in
toto alle suggestioni della leggenda; scarse le prove da lui riferite, a
parte l’importantissima cronistoria della deposizione della croce, di
cui parleremo. Ma proseguiamo. L’affascinante storia/leggenda del tempio
del Summano è vecchia di oltre 2000 anni, ma i primi riferimenti
“scritti” si rinvengono solamente attorno al 1300 d.C. Della storia del
tempio e del capro d’oro, ne parlano anche storici seri e/o famosi come
Macca, il Dal Pozzo, Pigafetta e tant’altri, ma nessuno ha mai tenuto
conto delle “prove certe”, quelle archeologiche, nessuno ha mai provato
ad “assemblare” le centinaia di notiziole sui rinvenimenti nella cima
del monte e nessuno ha affrontato autonomente questo capito per poi
reinterpretarlo anche alla luce del “dato scritturale”.
PER LA CHIESA E’ PURA LEGGENDA
In realtà sul Monte Summano non s’è mai eseguita una seria campagna
di scavo: alla Sovrintendenza mancano soldi ed organico per avventurarsi
nelle verifiche di una leggenda. Scavi seri, nel 1912, 1962, sono stati
però eseguiti in una famosa grotta alle pendici del monte, di cui
parleremo più avanti. Va altresì detto che, campagne di scavo a parte, Ì
materiali rinvenuti casualmente in superfìcie, o dopo una aratura, o in
seguito ad un lavoro edilizio, sono moltissimi, sia alle pendici del
monte, sia sulla cima. Secondo noi, questo eterno dualismo, documento
scritto e reperto archeologico, dualismo che pochi portano alla
necessaria convergenza, ha prodotto ritardi di secoli nella ricerca
della verità storica, o di una via che porti ad essa. E non solo in
questo specifico caso del Monte Summano, ovviamente. Pensiamo solo alla
pervicace ostinazione di uno studioso come don Simeone Zordan che scrive
a chiare lettere che tutta la storia del monte Summano è stata
inventata di sana pianta e che qualsiasi prova archeologica non ha
valore : “Nè tempio, ne statue agli dei Stigyi, sul Monte Summano, non
Ninfe a San Martino, non Diana nella Val Leogra, ma popolazioni pagane
di origine germanica che furono evangelizzate da San Prosdocimo”. Con
una sola frase ha spazzato via millenni di storiografìa, negando
qualsiasi giustificazione a quel discusso Istituto mediterraneo di Studi
politeisti che agisce da anni proprio nel vicentino e che ruota attorno
alla “paganità” del monte chiedendo che venga ripristinato l’antico
tempio a Giove. Non devono stupire simili affermazioni: Zordan è
innanzitutto un religioso e la sua fede ha prevaricato il suo essere
anche uno studioso: non può certo avallare storie di sacrifici e capri
dalle corna d’oro. E’ lo stesso studioso che in barba alla logica ed
alla storia, attribuisce l’origine di quasi tutti i comuni vicentini
(tra cui Thiene, Santorso, Sarcedo, Schio, Zugliano, Zane, ecc)
all’arrivo dei Longobardi.
Più qualificata, ma troppo sbrigativa, l’affermazione di Lelia Cracco
Ruffini (Storia di Vicenza, Neri Pozza, 1987) secondo cui “pura
leggenda, non confermata da reperti, è quella del tempio dedicato a
Plutone Summano”. Secondo la studiosa la leggenda compare nella
tradizione agiografica relativa al vescovo di Padova Prosdocimo e venne
divulgata negli ambienti benedettini attorno all’anno mille. Va chiarita
comunque una cosa: abbiamo rintracciato molte prove sull’esistenza del
cosiddetto tempio del Summano e sull’annesso idolo, ma non siamo in
grado di offrire le cosiddette “prove inequivocabili”, o certe. Ma non
mancano certo le prove archeologiche sulla diffusa “sacralità” di questa
misteriosa piramide montuosa fatta di dura dolomia, molto appetita dai
cavatori che hanno “estratto” cucchiaiate di monte.
Una sacralità antica: le prove archeologiche
Le pendici del monte, sin dal 2.500 a.C (4.500 anni fa, quindi)
vennero frequentate dall’uomo preistorico dell’età tardo Neolitica, che
perpetrava antichi riti legati all’incinerazione dei suoi morti; l’uso
cultuale dell’antro prosegue fino all’epoca storica. Questo avveniva
all’interno della grotta di Bocca Lorenza, nel costone a sud-est del
monte, poco sopra Santorso. In queste sepolture, accanto a resti umani
“bruciati”, sono stati trovati svariati utensili in selce, frammenti dei
rarissimi e spettacolari “vasi a bocca quadrata” (a quattro beccucci e
con incisioni) denti di cinghiale e di cervo traforati, per ricavarne
degli orecchini, o pendagli. Nella grotta di Bocca Lorenza, vennero
scoperte anche due meravigliose asce in purissimo rame, forse di corredo
funebre, tra le più belle mai rinvenute nel nord Italia. Già 4500 anni
fa il monte era meta di pellegrinaggi preistorici da terre lontane e
provenienti dal mare: sempre nella grotta, nella stessa stratigrafia
Neolitica, sono state scoperte alcune conchiglie, gasteropodi marini
(Columbella rustica), traforate a mò di elementi di collana. Forse
frutto di scambi con le lontane popolazioni preistoriche del mare, forse
lassù portate da queste genti lontane, attratte dal “sacro” monte.
Bocca Lorenza si inserisce nella cultura delle “Grotticelle sepolcrali”.
Il Monte Summano, anche in epoca successiva, ossia nell’età del Bronzo
medio, attorno al 1400 a.C., mantiene inalterata la sua sacralità.
Lo storico Leone Fasani, in uno studio del 1966 attesta la presenza,
sulle pendici del monte, di un sepolcreto dell’età del Bronzo. Non si
trovarono i corpi incinerati dei primi uomini portatori del segreto del
bronzo, ma gli ossuari, ossia vasi biconici in cui le cui ceneri erano
custodite. E’ la posizione, la sua forma, quel clima vario che può
passare incredibilmente dalla mitezza mediterranea delle pendici,
all’habitat alpino della cima, ad attrarre le genti nei millenni e nei
secoli. E’ un’attrazione che ha del mistico: quel monte apparentemente
isolato, che svetta al cielo, tramite tra terra, roccia e ciclo, quelle
pendici fertili che si innalzano in dolce forma mammellare, quella cima
con due gobbe, tra loro intervallate da una verde conca, è tutto questo
insieme mistico-morfologico che ha richiamato da sempre genti e fedeli
fin dalla pianura più remota.
Il Giongo, storico thienese, racconta che le popolazioni antiche
raggiungevano il Summano dagli Appennini, sino a Roma, tant’era la fama
del “sacro monte”. Dalla “sacralità” preistorica, a quella paleoveneta:
sulla cima del monte, vennero ritrovati anche 10 spendidi bronzetti,
appartenenti probabilmente alla cultura paleoveneta forse dedicati alla
dea Reithia, forse al tenebroso Summano. Alcuni raffinatissimi lavori
erano chiaramente “cultuali”: divinità votive (forse Cerere?) che
reggono i simboli dell’abbondanza, oranti con le braccia icasticamente
protese in segno di offerta, una mutila “virtus” romana.
Oggi quel patrimonio di preziose statuine non più alte di 10 cm, è
stranamente disperso, come spiegano Ruitz, Koziovic e Pirocca; rimangono
solo alcune foto, riportate nel testo, redatto dai tre studiosi,
“Appunti su Santorso romana”. Tre bronzetti sono però riaffiorati e si
possono ammirare nella mostra archeologica didattica di Santorso e,
presto, nel Museo di Santorso. Gli autori, dopo avere presentato questi
gioielli fotografici, in una nota ammoniscono: “Che questa inedita
collezione di foto, serva di stimolo per una ricerca più approfondita
sulla veridicità della tradizione secondo cui sulla vetta del monte
sarebbe sorto un tempio sacro ad una divinità pagana”.
Ai piedi del monte, nel 1981, venne scoperto anche un vasto villaggio
dell’età del Ferro (attorno al V-II secolo a.C.) con la presenza di
casette seminterrate, e la tomba di un infante, a conferma del
magnetismo ininterrotto sviluppato dal magico monte. Basta fare pochi km
e aggirare il monte verso l’imbocco della Valdastico e, sopra a
Piovene, scopriremo altrettanta antica antropizzazione: un castelliere
del bronzo medio (1500/1300 a.C), casette seminterrate dell’età del
ferro, lance in bronzo, preziose ciotole con le anse ” a coma di bue”,
spilloni e fibule in bronzo romane, assi e vittoriati ecc.. Nella
preziosa “Carta archeologica del Veneto” ci sono ben 7 pagine di
segnalazioni di luoghi archeologici nelle pendici del Summano, per un
totale di una cinquantina di siti. Un autentico record da guinnes dei
primati.
Ovunque tombe e lapidi
II Sommano è una autentica miniera per quanto concerne l’epoca
romana: fibule, monete, anche in oro ed argento, crinali in bronzo,
spilloni, ciottoli di granito con incisioni votive; lapidi e tombe,
scheletri adagiati sulla nuda terra, sono stati rinvenuti ovunque, dagli
orti di Santorso, ai campi di Piovene, sino alla ventosa vetta. Solo in
parte tali e tanti materiali sono stati segnalati alle autorità, causa
l’annosa incomprensione, favorita da una legge del 1939, tra
appassionati e Sovrintendenza archeologica.
Solo a Santorso ricordiamo: le tombe, protette da embrici romani,
rinvenute a contrà Leve e già citate in un documento del 1291, una
decina di tombe a San Carlo di Lesina, poi quelle in località San
Cristoforo, le ossa combuste e frammenti di cranio di una probabile
necropoli nel Colle del Castello, le tombe lungo la ex linea Ferroviaria
Schio- Santorso-Thiene, il sepolcreto rinvenuto nel 1779 presso
Cabrelle, la probabile necropoli in località Stradelle. La sacralità è
dunque plateale, certa.
Ma che prove abbiamo del tempio “che sorse sulla cima del monte” e
della immensa statua del capro dalle coma d’oro che probabilmente
sorgeva di fronte al tempio? Innanzitutto esistono alcune lapidi,
rinvenute proprio sulla cima del Summano che sono di estremo interesse.
“In agro vicentino in Monte Summano prope templum S.Mariae, in lapide
albo”, venne ritrovata la lapide del famoso grammatico vicentino Remnio
Palemone, citato da Svetonio e Giovenale e vissuto attorno al 30 a.C.
Il Pagello scrisse all’amico Nicolo Volpe asserendo di avere visto
con i propri occhi le spoglie di Palemone, rinvenute dai frati
Girolimini sulla cima del monte. Il dotto Palemone pare avesse scelto
proprio la vetta come luogo eletto per la sua sepoltura; altre lapidi
accennerebbero proprio al tempio del Summano che racchiuderebbe
l’idolo.
La nobildonna romana, Argentina, colpita dal dolore ai polmoni
(pleurite), volle essere sepolta nella cima del Summano presso il tempio
di Giano (ma compaiono molte variazioni attorno a questa lapide ed
esiste la possibilità che “arx lani” sia riferito ad Arzignano).
Ecco il testo più attendibile della famosa lapide di Argentina,
moglie di Q. Metello, iscrizione citata da Manuzio, Trinagio, Marzari,
Barbarano, sino al Macca: Metelli Argentilla uxor Summanum visum pergens
ad sergiam arcem Iani declinavi tibi lanum primum consule-rem sed
laterum dolore confossa perij fato fortasse ut neutrum viderem sed
arceianum me obreveret solum.
Sembrano non avere bisogno di tante prove i “politeisti
altovicentini”: per loro quella “leggenda” è vera in forma vitale. Non
va nemmeno messa in discussione! Parliamo della “setta del Summano” (la
gente l’ha conosciuta con questa impropria definizione), un gruppo di
“pagani”, rigorosamente anonimi che pubblicano alcune riviste come
“Paganitas”, “Luce Politeista”, “Studi politeisti”. Questi neo-pagani,
dall’86, ad oggi, hanno innescato una autentica crociata “per restituire
il Summano all’antica religiosità pagana ed abbattere l’offesa
cruciata, ricostruendo l’antico tempio sacro a Giove”. Hanno scritto ai
sindaci di Santorso, Schio, Piovene, al vescovo Nonis: i politeisti
chiedono sì l’abbattimento della croce, ma soprattutto vogliono che
venga riedificato l’antico tempio sacro a Giove e che vengano tollerati i
loro culti pagani.
Plutoni Summano aliisque Diis Stygis
Addirittura il nome di Thiene potrebbe derivare dal tempio,
sopratutto dall’aureo capro, o toro. “La storia di Thiene ha stretta
attinenza con quella del Summano e chi non conosce bene la vera storia
del Summano sin dai primi tempi, non può concepire nemmeno l’immagine
della vera origine di Thiene” (A. Giongo, “L’origine di Thiene”, 1914).
Secoli fa, venne recuperata (ma si sono perse le tracce) una lapide
con le lettere “T.H.N.”, “scavando le fondamenta di uno di uno dei primi
caseggiati della valle del Summano”. Per il Giongo quelle “sacre
iniziali” stavano a significare “Taurus honor noster”, ossia “il capro è
il nostro dio”. Da quella sigla nacque il nome di Thiene; verrebbe
giustificata così anche la presenza dell’h. Questa origine divino-pagana
di Thiene e del suo nome è stata fortemente avversata da molti storici,
ma della presenza di tale lapide se ne fa accenno, pur con distacco,
anche nel qualificato studio di Gabriele De Rosa (Storia di Thiene”,
Serenissima editrice 1994) e la teoria viene ripresa in un articolo sul
“Giornale di Vicenza” dell’88 dal documentato studioso thienese, Massimo
Martini. Padre Macca’ (“Storia del territorio vicentino”, Caldogno
1815), storico e narratore, secondo noi degno di grande rispetto,
scrive:”!! cieco gentilesimo, assuefatto già a consacrare le cime dei
monti ai falsi suoi numi, consacrò la superiore delle due punte a
Plutone, dio dell’Inferno, detto Summan, vale a dire “Summus deorum
Manium”, il Sovrano degli dei Mani, ovvero delle ombre. Fu costruito a
questa deità un superbissimo tempio, dentro il quale fu eretta la sua
statua colla seguente iscrizione: “PLUTONI SUMMANO ALIISQ. DIIS
STIGYIS”.
A riprova che la “leggenda” del tempio è “storicamente” radicata, non
solo negli animi pagani, ma anche nella cultura cristiana, basta
entrare nella chiesa di Santorso. Nella lapide posta nella sinistra
della chiesa di Santorso, si legge:” Summano fu Plutone, dio degli
Inferi, secundo idolatrie de’ gentili, il cui simulacro era posto su
questo monte, onde prese dall’idolo et il popolo vicentino vi
sacrificava, per li suoi peccati et per l’anime”.
Giongo, sulle ali di una forte suggestione promanata da questo
sacro/pagano monte, scrisse :” II Summano presentava l’aspetto di
inospiti selve e balze scoscese, servì ai veneri di sicuro asilo e sulla
vetta più alta del monte innalzarono il loro idolo”.
Secondo questo storico dei primi del ’900, il tempio “adorato in
tutta Italia”, da una prima contenuta struttura, venne allargato. Nella
porta d’ingresso venne scritto a caratteri cubitali: “Plutoni, Summano,
aliisque Diis Stygis” (dedicato a Plutone Summano ed agli dei dello
Stige). Tale iscrizione che secondo altri storici ornava invece il
basamento della statua dell’idolo, è ritenuta da tutti gli storici vera,
autentica. Solamente il Momsen, una autorità in materia di iscrizioni,
bollò come falsa tutta la faccenda. Il Barbarano scrisse che il tempio
del monte Summano “fu per tutto il mondo celebratissimo e in grande
venerazione presso i Gentili, i quali ad esso venivano fino da Roma in
pellegrinaggio”.
Il Da Schio, nel 1850 (Vocabolario vicentino) scrisse:”…! pastori
chiamano per anche una delle sue vette l’idolo perché forse ivi eravi il
simulacro del dio”.
Battista Sainiello nel 1760 narra della venerazione del dio Plutone “e del suo enorme tempio”.
Eusebio Giordano (ristampa del 1626) spiega con precisione :” Il
tempio e l’idolo sono posti nel vicentino a 15 miglia lunge dall’antica
città, appresso le Alpi”.
Anche il Pigafetta in una relazione del 1580, conferma ” la presenza dell’idolo che si chiamava idolo del Summano”.
Il Castellini parlando di questo idolo, dice che “da tutta Italia et
altre provincie, vi concorreva gran numero di persone per haver da lui
risposta”
Dal mito alla realtà
C’è una prova archeologica che da sola potrebbe spazzare via molte
delle perplessità : “secoli fa venne rinvenuta, proprio sul Monte
Summano, la lapide che avrebbe dovuto ornare il basamento della statua
dell’idolo del Summano” (Ruitz, Pirocca, Koziovic, 1978). Recava
scritto:” Plutoni Summano”, al dio Fiutone Summano. Secondo altri la
scritta era:” Plutoni Summano aliisq. dis Stygiis”.
L’iscrizione del basamento dell’idolo venne vista da molti ( ma oggi
non si sa più nulla), dal Giordani, dal Manuzio, pure dall’esperto
d’iscrizioni, il Momsen che però la collocò tra le spurie.
Chiaro che tale iscrizione “dedicatoria” implicherebbe quantomeno un’ara votiva al dio Summano, od un luogo di culto.
Importantissima l’iscrizione (riportata nella autorevolissima “Carta
archeologica del Veneto” del 1989), rinvenuta a Piovene Rocchette nel
1816, come riferisce il Mozzi. L’iscrizione funeraria, su lapide in
pietra locale, “venne reimpiegata nelle fondamenta della torre
campanaria” e reca scolpite le lettere “M.D”. L’interpretazione delle
due lettere è ancor più stimolante: “la presenza della formula D(is)
M(anibus) induce a proporre una datazione posteriore alla metà del I
secolo d.C.”, si scrive nella Carta archeologica del Veneto. “Agli dei
Mani”, quindi, come avevano scritto molti studiosi; iscrizione
chiaramente collegata alla religiosità del Summano e ad una probabile
ara o tempio nella vetta. Fa certamente sorridere che tale lapide sia
oggi cementata dentro un edificio cristiano, quasi a negarne l’esistenza
(era però una pratica perseguita fino a 50anni fa), ma finalmente, per
quanto non visibile, l’iscrizione non è andata persa, c’è. Esiste sì, ma
non si può abbattere un campanile, o la canonica, come altri
sostengono, o, nell’incertezza, entrambi. La lapide, in pietra locale
venne rinvenuta in un colle sopra a Piovene, quindi nelle pendici del
Summano (Sommo degli dei Mani).
Nel 1650, Jacopo Giordani, stanco di “leggere leggende”, o mezze
verità sul mitico tempio del Summano, decise di fare degli “scavi presso
le fondamenta delle antiche rovine”. Non si sa dove abbia scavato e che
cosa rimanesse del tempio nella metà del 1600; don Giordani rinvenne
“ossa, ceneri, e medaglie (sta per monete antiche, n.d.r.) molte”. Nel
1812, il Mozzi affermò (“Cenni storici”) di avere visto sia le
fondamenta, che parte del tempio.
Il tempio, tutti sono concordi, se mai sia sorto, doveva essere nella
gobba di sinistra del monte Summano, la più alta (1299 metri) dove oggi
giganteggia la croce. In una antica mappa del 1652 con perizia vengono
disegnate le due gobbe del monte e sopra quella di sinistra compare la
scritta:” Hic erat olim Summano fanum” (qui un tempo sorgeva il tempio
al dio Summano). C’è da dire che proprietario della mappa fu il Giongo
che la pubblicò in suo libro. Non si conosce la provenienza. Proprio per
installare quel colosso di cemento, nel 1932, in sostituzione di una
scrostata croce lignea, si dovette costruire un basamento scavando la
cima per ben 6 metri. Il racconto del Rando è preciso ed
importantissimo: si tratta della prima vera notizia di uno scavo
recente, per quanto non con finalità archeologiche. Questo non inficia
le prove in quanto tali, anche se le priva di tutto un “contesto
archeologico”: la stra-tigrafia, la profondità, le intrusioni di altre
epoche/strati, la posizione. Il mero dato archeologico, però, esiste.
Ebbene: “Vennero portate alla luce, ossa di molte varietà di animali,
anche ossa combuste (antichi sacrifìci, o meri resti di pasto?) tra cui
lupo e cinghiale, medagliette e molti cocci di vaso”, tutto questo nella
cima da tutti indicata come “il” sito dell’antico tempio a Zeus.
Purtroppo non si sa dove sia finito tale materiale; con le attuali
conoscenze archeologiche basterebbe anche un rapido sguardo alla
tipologia dei cocci di vaso, per comprenderne l’epoca e forse la
destinazione d’uso. Quelli descritti dal Rando probabilmente erano
veramente resti di antichi rituali.
Ancora una volta, un velo d’ombra impone il condizionale: potrebbe
trattarsi di reperti legati proprio al tempio del Summano, ma esistono
anche altre possibilità. Nella favolosa raccolta (privata) del Cibin di
Schio, esistono numerosissimi reperti rinvenuti sulla cima del Summano:
monete romane e reperti “premonetali”, un “Filippo l’Arabo” d’argento,
denti di cervo e di cinghiale traforati, asce cultuali e d’uso in rame,
embrici romani bollati, frammenti fittili con sigle pseudo alfabetiche, e
decine di vasi, o cocci di vaso che vanno dal 2500 a.C., sino all’epoca
romana. Il Cibin è morto e la collezione è impenetrabile: vani i
rapporti tra la Sovrintedenza di Padova e gli eredi, per la vendita. Il
Rando nella sua “Storia di Chiuppano” cita anche un “tempietto alle
Ninfe Auguste, una iscrizione votiva, ora al lapidario vicentino ed un
monumento funerario di Caio Vario Prisco”.
Conclusione
Rutz, Pirocca, Koziovic, che non sono certo degli sprovveduti, nel
1978 pubblicarono un testo fondamentale: il già citato “Santorso
romana”, l’unico studio che contenesse un capitoletto autonomo, per
quanto di due pagine, sul tempio pagano del Summano. Attentissimi al
dato documentale ed archeologico, i tre studiosi, per quanto concene “il
tempio del Summano”, reputano “che esista una serie cosi numerosa di
reperti da non far escludere la presenza di un tempio, od altro edificio
pagano, sulla cima del monte Summano”. Questa ci sembra la sintesi più
pacata e saggia. E così, a conclusione di questa estenuante ricerca vuoi
libresca, vuoi archeologica, siamo tornati al punto di partenza,
all’incertezza dell’inizio anche se questo “viaggio” ci ha mostrato
molte cose e ci ha notevolmente accresciuti. Nessuna certezza
sull’antico tempio e sul capro, o toro dalle coma d’oro massiccio, molti
dubbi, ma anche parecchie disarmanti prove. Mai risolutive. Di certo,
però, “qualcosa” c’era sulla cima del monte e qualcosa legato al culto,
lo si evince dagli scritti, dalle prove e da una millenaria leggenda,
stratificata che non può essere sorta così dal nulla. Simeone Zordan
(“Da Thiene longobarda, a Padova longobarda”, Duomo ed.) si oppone
drasticamente a quasivoglia ipotesi di templi pagani, dei Stigyi &
affini, però conclude il suo testo con una riflessione:” E’ pur vero che
il Monte Summano è il luogo ove la fantasia popolare si è sbizzarrita
più di ogni altra parte”. Chiediamoci il perché di questo primato della
leggenda e del Mito, proprio sulla vetta del Summano.
Certo la leggenda è una rivolta ad una storia spesso piatta, grigia,
monotona, ordinaria. Al popolo poco piace la realtà storica, mentre
colpiscono molto di più i fatti grandiosi, spettacolari, teatrali ed
alcuni storici certamente con questa leggenda hanno giocato,
ingigantendo le meraviglie del Summano.
Qualcuno ha prospettato che nella cima ci fosse semplicemente un
luogo di culto, un locus sacer, un punto sommitale che poteva attrarre
genti da tutta Italia, non necessariamente fornito di un grande un
tempio. Poteva esserci un piccolissimo saccello, od anche una roccia con
una certa strana conformazione, od anche una pianta millenaria, perché
no (si legga nelle notizie curiose il cipresso di Santorso del 1850)? Di
certo la cima del monte fu abitata e per lungo tempo. Lo attestano i
soli rinvenimenti numismatici: le innumerevoli monete scoperte che
abbracciano un periodo che va dalla metà del II secolo a.C, a tutto il
IV secolo d.C. Il De Bon prospetta che nella cima del monte vi fosse una
stazione militare alpina romana, strettamente collegata al famoso
castrum scoperto ai piedi del monte (ove oggi sorge il centro
commerciale Campo romano). Forse per un certo periodo, prima
dell’avvento del Cristianesimo e in parte anche dopo, calcolando
attardamenti locali, la cima del monte costituì un punto magico/sacro di
preghiera per dei soldati. Forse successivamente il culto locale si
estese alla popolazione e si allargò fuori dall’Altovicentino..
E scaviamoci su
E la dura dolomia trattiene ancora i suoi segreti e non li “molla”,
ma anche la dura dolomia non può resistere alla nuova archeologia, ai
nuovi sofisticati metodi di ricerca. Perché una volta per tutte, non si
effettua una seria campagna di scavi nella cima, o nell’avvallamento tra
le due cime, per conoscere finalmente il segreto del Summano?
Basterebbe solo la volontà materiale: con le foto dall’aereo, dal
satellite, con i raggi infrarossi, foto in possesso della Sovrintendenza
Archeologica, dell’Università di Padova, del Centro ricerche
archeologiche di Superfice diretto da Armando De Guio, già potremmo
avere delle notizie importantissime. La prospezione “aerea” è la prima
mossa. Ma nessuno si muove! Solamente uno sponsor potrebbe, di colpo,
aprire il discorso-Summano; anche la meravigliosa fiaba del Summano,
alla fin fine si riduce ad un mero discorso di soldi.
Fonte : da “storia vicentina” giugno-luglio 1994.
"Troppe croci sulle montagne" la battaglia verde contro il kitsch
"Troppe croci sulle montagne"
la battaglia verde contro il kitsch
Ormai sono centinaia, di metallo, legno e granito La protesta degli ambientalisti: servono regole. Il Cai: "Ora basta, anche se non vanno rimosse quelle che non deturpano il paesaggio" di ANDREA SELVA
l'articolo completo lo trovate al seguente link:
"Troppe croci sulle montagne" la battaglia verde contro il kitsch - Repubblica.it:
Infrastrutture e croci sulle vette
Mountain Wilderness Italia, allarmata dalla sempre più invadente presenza di croci ed altri simboli, per lo più religiosi -ma non solo- sulle vette italiane, ha proposto alle associazioni consorelle di sottoscrivere il presente documento al fine di presentarlo alla stampa nazionale e agli organismi istituzionali preposti alla valutazione dei contenuti riportati.
il documento completo lo trovate su: Infrastrutture e croci sulle vette:
32 phot. des montagnes d'Isère et des Hautes-Alpes
[32 phot. des montagnes d'Isère et des Hautes-Alpes
par P. Moisson, donateur en 1889] --1889
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